Sul tuo profilo twitter (@doonie) ti descrivi così: “Dice le chiacchiere al computer.’ (il mio lavoro spiegato da mamma). Socio di Proforma. Collaboratore Gruppo Espresso. Vecchio dentro.” ·

D: Definire le professioni legate ai new media è sempre complesso, ti capiamo bene, ma puoi lo stesso provare a spiegarci di cosa ti occupi?

R: In verità negli ultimi mesi ho un po’ modificato i miei settori lavorativi di riferimento. Da qualche mese in modo ufficiale (e da qualche anno in modo ufficioso) seguo anche la pianificazione strategica all’interno di Proforma, cioè scrivo progetti strategici complessi per aziende e istituzioni, e non solo per politici. Nella comunicazione politica mi capita ancora di dare una mano sui social, avendo un’esperienza abbastanza specifica sul tema, ma anche in questo caso mi sto spostando sempre di più su lavori di tipo strategico generale, dando una mano operativa nelle cose che mi riescono meglio (in particolare il ghostwriting per il web e la gestione tattica e quotidiana dei comunicati stampa e delle scelte da adottare in momenti di crisi di comunicazione). Ciò detto, studio e passo molte ore al giorno sui social media perché penso che non si possa fare comunicazione in modo diverso. Mia madre comunque riassumerebbe tutto questo con la sua consueta e pragmatica efficacia: “fa la propaganda”.

D: Come hai iniziato a lavorare nel campo della comunicazione digitale?

R: Ho iniziato con un tirocinio obbligatorio pre-laurea in psicologia della comunicazione nove anni fa, nel 2007. Ho lavorato a una tesi sperimentale in psicologia culturale che indagava il comportamento di voto dei newcomer (cioè di chi è neo-maggiorenne e va a votare per la prima volta) e ho proposto a Proforma uno scambio: loro mi facevano fare le 250 ore di tirocinio, in cambio li avrei aggiornati sugli esiti della tesi di laurea, offrendo dati potenzialmente preziosi a un’agenzia che già dieci anni fa aveva realizzato campagne elettorali conosciute in tutta Italia. Lo scambio fu accettato, e da lì di fatto non mi sono più mosso: qualche anno da precario, poi un contratto a tempo indeterminato e ora sono socio dal dicembre 2014.

D: Quali sono i temi che ti appassionano maggiormente? O riesci ad essere entusiasta per ogni progetto su cui lavori?

R: No, non sono assolutamente entusiasta per ogni progetto su cui lavoro. Ciò detto, credo di mettere comunque una quota di impegno uguale su tutti i lavori che faccio, penso sia una forma di rispetto basilare nei confronti dei nostri clienti. Senza entrare troppo nello specifico, diciamo che mi appassiono molto di più a progetti che dal mio punto di vista possono concretamente migliorare la vita delle persone. Questo fu il primo motivo che mi ha spinto a specializzarmi in comunicazione politica: l’idea di poter contribuire a processi di trasformazione della società. Chiaramente non va sempre così, nel senso che la politica non sempre migliora la vita delle persone, ma la spinta ideale era quella e rimane quella. Mi diverto molto meno quando devo esplicitamente vendere qualcosa. Più che vendere, a me piace ascoltare i consumatori/utenti/cittadini/elettori (a seconda del tipo di lavoro che faccio), assisterli e dar loro strumenti e informazioni che li rendano autonomi nelle scelte.

D: Come si svolge una tua giornata lavorativa tipo? Quali sono le prime cose che fai?

R: Da un paio di anni non mi sveglio più tardi delle 7, a volte anche nel weekend. Mi sveglio così presto un po’ perché le campagne elettorali ti abituano a iniziare molto presto, perché c’è la rassegna stampa da consultare. Questa è la mia prima attività della giornata, sia in periodi elettorali sia in periodi più tranquilli. Dalla rassegna spesso partono gli stimoli con i quali ci si deve confrontare per tutto il resto della giornata. Inoltre le prime ore del giorno sono le più produttive, soprattutto perché ci sono meno interruzioni e quindi si lavora più tranquillamente. Alla rassegna accompagno una veloce lettura del mio feed di Facebook, che mi permette di capire se nella notte ci sono stati eventi o episodi di interesse generale, che dunque vanno monitorati con più attenzione. Vado dunque in ufficio molto presto (intorno alle 8, 8.30) e lì resto fino alle 20, 20.30, alternando momenti di scrittura a riunioni e momenti di studio (e anche di cazzeggio eh, sono un robot ma non così troppo!). Svegliandomi presto, e passando molto tempo in ufficio, tendo a crollare alla prima occasione utile. Non è infrequente che vada a dormire prima delle 10 di sera.

D: Come giudichi il rapporto degli italiani con la comunicazione digitale? Siamo maturi o dobbiamo imparare ancora molto?

R: È molto difficile fare analisi sui comportamenti di un intero “popolo”, soprattutto se applicati a strumenti che a loro volta non sono del tutto maturi. Per intenderci: Facebook si aggiorna con una tale velocità da rendere assolutamente impossibile una fotografia precisa della qualità dell’uso degli strumenti digitali in uno specifico momento e ancora di più in un periodo storico medio-lungo. Penso dunque che sia opportuno vivere Internet con l’umiltà e la passione di un etnografo, cioè di una persona che si trova nel bel mezzo di un esperimento, che non conosce tutte le variabili in campo né come quelle variabili potrebbero influenzare gli scenari successivi. A me piacerebbe vedere un po’ più di attivazione civica online, ma è probabilmente ciò che ti direbbe un qualsiasi osservatore in qualsiasi altra parte del mondo. Ecco perché è difficile ragionare in termini comparativi.

D: Infine, hai qualche consiglio ai giovani che frequentano un corso di laurea o un master e che vorrebbero intraprendere il tuo lavoro?

R: Tre consigli: – fare nel più breve tempo possibile un’esperienza sul campo, preferendo ruoli di responsabilità in contesti piccoli a ruoli marginali in contesti grandi e complessi. La gavetta aiuta a plasmare le proprie competenze, a saggiare i propri limiti e anche a farsi notare a livelli più alti. È come quando uno sportivo inizia dalle serie minori: serve allenamento e gradualità. – provare, riprovare, sbagliare, provare ancora. Non bisogna avere paura di ricevere i No dei nostri clienti, datori di lavoro, interlocutori. Solo così si cresce. Un atteggiamento attivo, anche ingenuo, è sicuramente più utile di un atteggiamento passivo o timoroso, che non permette a chi deve valutarti di misurare le tue reali capacità. – Dedicare una quota significativa e stabile allo studio e all’autoformazione. Lo studio deve riguardare le discipline affini alla comunicazione: suggerisco di restare multidisciplinari e curiosi, di tenere sotto controllo le novità nella comunicazione commerciale, in quella istituzionale e in quella politica). L’autoformazione è consigliabile soprattutto per maturare competenze multimediali (saper realizzare un video, saper modificare un’immagine, saper fare un fotoritocco) che oggi sono preziosissime per chi vuole gestire in prima persona un progetto di comunicazione digitale.

Proforma – Dino Amenduni dino.amenduni@proformaweb.it
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