Diego Cajelli, sceneggiatore di fumetti (ma anche molto altro), ha vinto nel 2008 il premio Gran Guinigi a Lucca Comics e nel 2013 il premio Boscarato, sempre come miglior sceneggiatore italiano. Conosciamolo meglio!

D: Ciao Diego, come anticipato, ti occupi – principalmente – di scrivere e sceneggiare fumetti. Lo trovo un lavoro molto affascinante e decisamente creativo, ma anche di nicchia. Insomma, non è un mestiere così diffuso e non credo sia semplice riuscire a farlo ai tuoi livelli. Ho letto che hai iniziato giovanissimo, nel 1993: qual è stato il percorso che hai seguito?

R: Leggo fumetti da sempre. Anzi, ho imparato a leggere un po’ con i fumetti e un po’ con un’enciclopedia. Poi, un bel giorno, ho scoperto che i fumetti qualcuno “li scriveva”. C’era qualcuno che di lavoro inventava e scriveva storie, e poi le passava al disegnatore per essere disegnate. Un processo simile a quello del cinema, dove lo script viene scritto e poi girato. Nei fumetti il “girato” corrisponde al capace lavoro di un disegnatore. Ecco. Quando ho capito che funzionava così ho deciso che sarebbe stato il mio lavoro. Avevo 13 anni. È stato un lungo percorso che mi ha portato, dopo aver finito le superiori, a iscrivermi al corso di Sceneggiatura alla Scuola del Fumetto di Milano e poi a lavorarci davvero. La scrittura richiede tempo e muscoli. È un’attività a tempo pieno, ma è così complessa che ti impone anche di vivere nel senso più ampio del termine, altrimenti non avresti nulla da raccontare. Ti difende da alcune cattiverie della vita, ma al tempo stesso ti isola dalla realtà. Per un lunghissimo periodo ho coltivato la scrittura. Concentrandomi soltanto su di lei e sul suo rapporto con me.

D: Puoi raccontarci il processo creativo che ti conduce a inventare una storia? Sei influenzato dalle esperienze quotidiane, dai libri, dalla cronaca?

R: Sono influenzato da tutto e da tutti. Però, non riesco a elaborare una storia partendo da materiali narrativi già elaborati da altri. Significa che, per esempio, se devo scrivere una storia sui serial killer non leggo romanzi o guardo film sui serial killer, ma mi documento e studio le fonti originali. Ne consegue che leggo un casino di saggi, guardo documentari, spulcio e mi documento su tutto quello che trovo di “vero e reale” sull’argomento che mi interessa. C’è molta differenza tra l’elaborare una storia e la sua messa in scena. Nel secondo caso guardo moltissimo al cinema e alle serie televisive. Quel tipo di logica legata al racconto attraverso le immagini mi influenza in modo diretto. Ho separato l’atto di scrivere dall’azione “fisica” di scrivere. Scrivo senza scrivere, elaborando mentalmente il mio immaginario mentre faccio altro. “Scrivo” sempre, quindi. Con grande disappunto di chi mi sta vicino che mi vede quasi sempre con la testa tra le nuvole.

D: Dal tuo curriculum si vede che ami spaziare in diversi ambiti creativi, tutti però legati dal filo conduttore della scrittura. È molto complesso passare dalla scrittura di programmi radio o tv a monologhi per il cabaret? O dai cortometraggi ai saggi?

R: Mi sono specializzato nel non essere specializzato. Se c’è da scrivere scrivo. Non so bene come ho fatto e non so bene se sia facile o difficile. A volte è facile, altre volte non lo è. Alcune cose mi vengono meglio di altre, ma mi illudo che la qualità media di quello che scrivo sia piuttosto alta. Anche perché nei miei confronti sono un giudice severissimo, se quello che faccio non soddisfa i miei standard non lo consegno nemmeno. E questa mia inflessibilità non è relazionata al mio pagamento, è assoluta. Essere pagato pochissimo o tantissimo non ha conseguenze dirette sulla qualità del mio lavoro. Quello che cambia, da un media a un altro, da una realtà a un altra, per me, non è l’aspetto creativo. Semmai cambiano gli aspetti produttivi, gli impegni derivanti dal mio lavoro o le mie aspettative. Il punto di partenza è comunque sempre quello: ho voglia di raccontarti una storia.

D: La cultura pop: argomento sconfinato. Puoi darcene una definizione? Quali sono i suoi “principi fondanti”?

R: La cultura pop non sta mai ferma. Definirla è come tentare di farle una fotografia, risulterà sempre un po’ mossa. Gli elementi visibili che la compongono variano a seconda dei momenti, delle mode e delle tendenze. Vengono influenzati dall’immaginario collettivo, dal momento storico e dai mille altri elementi che si agitano nel concetto stesso di “Pop”. Quindi, l’unico modo per dare una definizione dei suoi “principi fondanti” è tentare uno sguardo profondo, tecnico, direi: autoptico-narratologico. Nel DNA della Cultura Pop ci sono tutti quegli elementi archetipali che hanno costituto la storia stessa della cultura umana. Storie e personaggi antichissimi, ancestrali che cambiano i loro vestiti e i loro linguaggi. Quello che vediamo oggi è il frutto di un evoluzione narrativa durata millenni. Sovrascritture continue, già post-moderne prima ancora che venisse coniato il temine post-moderno, il discorso è lunghissimo e può essere molto noioso! Se vuoi posso dirti che secondo me oggi stiamo passando da un contesto pop post-moderno a un contesto pop iper-contemporaneo. Dove la fruizione della cultura e dei contenuti è così veloce che tutto quello che sto scrivendo ora diventa vecchio nel momento stesso in cui lo sto scrivendo.

D: Tra le molte esperienze lavorative che hai avuto, in quale ruolo ti sei trovato meglio?

R: Mi sono divertito un sacco a lavorare in radio, sia come autore che come speaker. Però, se devo essere sincero, le fasi di “avvicinamento” di ogni progetto mi piacciono sempre tantissimo. Mi trovo bene nel ruolo dell’esploratore narrativo, di solito significa andare a una riunione senza sapere che cosa succederà.

D: Come docente hai modo di incontrare molti ragazzi: riconosci in alcuni di loro la stessa passione che avevi tu alla loro età? E com’è cambiato l’approccio alla scrittura con la diffusione del digitale?

R: Io non credo (più) nel 2.0 e nella disintermediazione tipica del web. I valori e i principi che erano i punti forti del web 1.0 ora sono diventati delle voragini senza fondo piene zeppe di punti deboli. Il discorso è legato all’esistenzialismo digitale, argomento mai trattato, mai affrontato e scomodo da esaminare. Viviamo in tempi falsamente relativisti, dove il valore del contenuto non è monetizzato da chi lo crea o da chi lo pubblica nella real life, ma dalla piattaforma digitale che lo ospita. Questo ha cambiato e cambierà tutto. Dalla creazione, alla fruizione, alla diffusione dei contenuti. Se, per esempio, guardassimo al fenomeno del crowdfunding, con occhi diversi, dimenticandoci per un momento della propaganda che lo dipinge come il toccasana per ogni male, vedremmo quanto e come gli editori stiano rinunciando a fare il loro lavoro, mettendo gli autori nell’arena della tirannia del consenso. Diana Vreeland diceva che il compito dell’editore è di dare ai lettori non ciò che vogliono, ma quello che ancora non sanno di volere. Mi si contesterà che l’editoria deve campare con le vendite dei suoi prodotti, e che non può più tentare esperimenti creativi, tentativi di divulgazione, o salti nel vuoto editoriali. Legittimo. Però mi piace ricordare che la totalità dei contenuti viaggia su un social network che nel 2015 ha ottenuto un utile netto di 3,7 miliardi di dollari. 3,7 miliardi di dollari. Solo io noto una folle asimmetria tra il raccattare due spiccioli attraverso il crowdfunding, la chiusura costante delle edicole e delle librerie, e l’esistenza di contenuti generati dagli utenti che forniscono un ricavo di 3,7 miliardi di dollari al social network che si limita a ospitarli e farci fare i giochini con i like? La matrice contemporanea del 2.0 è egoriferita in modo pernicioso, viaggia per eccezioni che vengono percepite come norma. Si scrive (o si creano contenuti) per diventare famosi e non per raccontare qualcosa a qualcuno, così come si affronta la dimensione creativa per passione e non per intima necessità. Tutto questo è difficile da spiegare in poche righe, ma sono cose che oggi un creativo deve affrontare, altrimenti ci si fa del male, e si fa male questo lavoro. Tra gli altri, sono argomenti che affronto nel mio corso di Crossmedialità e Storytelling all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

D: Fedele al tuo eclettismo, coltivi due hobbies impegnativi: la fotografia e la cucina. Hai mai pensato di unirli e fotografare i piatti che cucini, magari creando una storia ad hoc per ognuno? Sarebbe un blog seguitissimo, secondo me!

R: Ottima idea! Ma non sono in grado di fare quelle fighissime fotografie di cibo che si vedono in giro, che sono diventate lo standard visivo quando si parla di cibo. A me piace fotografare la realtà senza pose o preparazioni, intervenendo pochissimo in post produzione. E mi piace cucinare per la mia famiglia e per i miei ospiti, e ti dirò che quando metto un piatto in tavola “non c’è tempo” per fotografarlo come si deve. Ce lo mangiamo prima. (E si vede, vista la mia forma rotonda!)

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