Beppe Manzi è un regista e autore bergamasco, fondatore di una casa di produzione chiamata Oki Doki Film che spazia in tre settori: tv, comunicazione e cinema. Inoltre, progetta e realizza iniziative con le scuole come laboratori cinematografici, percorsi di educazione visiva e multidisciplinare, dibattiti… Lo abbiamo intervistato per voi!

D: Fai un lavoro – il regista – che rientra nel catalogo dei sogni che si fanno da bambini, ma che poi da adulti difficilmente si concretizzano. Come ci sei riuscito?

R: Intanto c’è da dire che è un sogno che non si è esaurito e credo mai lo sarà, perché la voglia, la speranza e l’ambizione di fare sempre qualcosa di più ti spingono a sognare in continuazione di fare questa professione nel migliore dei modi. E penso che se ci sono “riuscito” è proprio perché lo vivo certamente come sogno per nuovi traguardi ma anche con la giusta dose di professionalità che serve per svolgere un lavoro e un mestiere che non sempre ha solo risvolti positivi come può apparire all’esterno. Perché al regista si può chiedere di realizzare uno spot su come è bello fare il bucato o un film su una storia d’amore, e bisogna essere in grado di fare bene entrambi.

D: Quali sono i tuoi registi di culto? Quelli a cui ti ispiri?

R: Quando ero negli anni dell’Università ripetevo sempre che i miei 3 registi preferiti erano Kubrick, Hitchcock e Nanni Moretti. Poi col tempo sono emersi anche altri registi che hanno saputo imporsi: il primo che mi viene in mente a livello internazionale è Christopher Nolan, anche perché amo i film che giocano con la struttura narrativa, come i suoi Memento, The prestige, Inception. Tra i registi italiani sopra tutti metto Sorrentino e Garrone, ma ci sono tanti nostri registi che seguo e ammiro, anche perché quello deve essere, per me, il cinema di riferimento: vedere cosa si produce in Italia, che film vengono realizzati, quali sono gli attori e i registi che si contraddistinguono penso sia fondamentale per il mio lavoro. Piacevole e appassionante vedere le grandi produzioni hollywoodiane ma quelli che seguo con maggiore interesse, e spesso adoro, sono comunque le commedie/film “indie” americani, penso a Restless di Gus Van Sant o a 500 giorni insieme di Marc Webb.

D: Come valuti il ruolo del web per la diffusione di contenuti video? Credi ci sia competizione con i media più classici oppure è un potenziamento?

R: Il web ha già cambiato il modo di fruire i video, e l’hanno cambiata soprattutto i supporti. Ricordo che tempo fa si palesava l’ipotesi che la sala cinematografica sarebbe scomparsa perché avremmo visto i film sul cellulare: 1 milione di persone al cinema nel recente mercoledì a 2 euro sono la riprova che se l’offerta è buona (di contenuti ed economica) la sala resta l’ambiente ideale per vedere un film, oltre che essere un fenomeno sociale. Lo stesso per i videoclip: sarebbero dovuti sparire, MTV ne è una dimostrazione in parte, invece dalla tv sono passati al web, facendo milioni di visualizzazione. Quindi il web (e i supporti dove si fruisce il web) ha semplicemente spostato prodotti più consoni al proprio mondo. In effetti c’è l’opposto del cinema: prodotti brevi, di qualità non per forza eccelsa, con un linguaggio completamente diverso (potrei vederli anche senza audio).

D: Ci consigli cinque film da vedere assolutamente tra quelli usciti di recente?

R: Fedele alla linea che bisogna vedere più film italiani, ne cito 5 di quest’anno:

  • Indivisibili, di Edoardo De Angeli;
  • Fuocoammare, di Gianfranco Rosi
  • Alaska, di Claudio Cupellini
  • Perfetti sconosciuti, di Paolo Genovese
  • Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti

D: Come ti vedi tra 20 anni? A Hollywood o al Sundance Film Festival?

R: Non avevo letto tutte le domande inizialmente… perché dalle risposte precedenti è chiaro che mi vedo più al Sundance! Però il sogno va sempre cullato, quindi Hollywood deve rimanere tale!